Enigma Raffaello: Intervista a Pio Baldi e Alice Militello

"Laonde, si può dir sicuramente che coloro che sono possessori di tante rare doti, quante si videro in Raffaello da Urbino, sian non uomini semplicemente, ma, se è lecito dire, dèi mortali."

Giorgio Vasari

Enigma Raffaello

Enigma Raffaello propone una serie di riflessioni sulla cerchia dei potenziali nemici del Sanzio, analizzando più criticamente la personalità dell’artista

a cura di Pio Baldi, Alice Militello

Cos’è il progetto “Enigma Raffaello”? Enigma Raffaello è un progetto di ricerca transdisciplinare, promosso in maniera congiunta da quattro istituzioni: la Pontificia Accademia dei Virtuosi al Pantheon; la Sapienza Università di Roma, i Musei Vaticani e l’Accademia di Belle Arti di Roma. L’obiettivo è quello di riattivare una riflessione, sia sul piano storico artistico, sia medico-scientifico, sulle vicende legate agli ultimi anni della vita di Raffaello e alle possibili cause della sua morte; grazie anche al supporto dell’antropologia forense e delle tecnologie odierne ad essa applicabili.

L’idea di affrontare il dibattito sull’Urbinate in questi termini nasce nel 2018, nell’ambito delle iniziative approvate dal Comitato Nazionale per le Celebrazioni dei Cinquecento anni dalla morte di Raffaello Sanzio, che sarebbero cadute nel 2020. Anno “funestato” dalle vicende legate alla pandemia da Covid-19 ancora in corso, che ha portato il nostro gruppo di lavoro a rivedere la presentazione degli esiti delle ricerche non più attraverso un convegno dedicato, ma tramite la pubblicazione di questo volume, che è stato illustrato per la prima volta il 1° dicembre del 2021 nell’Aula Magna del Rettorato della Sapienza Università di Roma.

Enigma Raffaello
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Raffaello muore il 6 aprile 1520 all’età di 37 anni. Cosa sappiamo della sua vita? Conosciamo molto del lascito di Raffaello in termini artistici e architettonici, che è ancora oggi sotto gli occhi di tutti. Sappiamo della sua capacità di costruire linguaggi, assimilando vari elementi e modelli culturali, di piegarli e restituirli secondo le sue volontà espressive. Abbiamo informazioni sulla sua vita, sui rapporti con le grandi committenze ecclesiastiche e private. Esistono alcuni importanti studi che ricostruiscono la composizione e la fervida attività della sua bottega, le relazioni con i suoi allievi. Ad ogni modo, permangono varie zone d’ombra sulla sua esistenza, soprattutto sugli ultimi anni, sulla morte improvvisa avvenuta all’età di trentasette anni e sulla questione ampiamente dibattuta del testamento.

Raffaello nasce a Urbino nel 1483. È figlio d’arte, il padre – Giovanni Santi – è un pittore con buone conoscenze tecniche e del mestiere. Raffaello ha appena 11 anni quando gli viene a mancare la figura paterna (1494). Non è del tutto chiaro se sia rimasto nella bottega del genitore o sia stato mandato abbastanza presto a lavorare per Perugino. Ad ogni modo, nelle prime opere documentate del Sanzio, l’eredità umbro – marchigiana e l’influenza toscana sono già percepibili. L’ascendenza del Perugino si fa più netta nelle opere successive, si pensi allo Sposalizio della Vergine per Città di Castello.

 

Nei primi anni del Cinquecento, l’artista si esercita anche come disegnatore di opere commissionate ad altri artisti e, secondo il Vasari, proprio il disegno di alcune storie della Vita di Papa Pio II per la Libreria Piccolomini nel Duomo di Siena, opera commissionata a Bernardo Pinturicchio, si collega al desiderio di Raffaello di andare a Firenze a scoprire le importanti novità portate avanti da Leonardo e Michelangelo. Se il periodo fiorentino fu più ricco di studio che di commissioni importanti, è con la chiamata di Papa Giulio II a Roma, grazie all’interessamento di Donato Bramante, per decorare i nuovi ambienti papali – le cosiddette Stanze -, che Raffaello intraprende la via dell’affermazione come artista e della fama come uomo. Il nome del Sanzio in quegli anni cresce in maniera esponenziale, attraendo anche commissioni notevoli da privati, come quelle del banchiere Agostino Chigi, che lo ingaggia per Villa Farnesina.

Alla morte di Giulio II nel 1513, il suo successore, Leone X, conferma tutti gli incarichi a Raffaello, il quale viene nominato anche sovrintendente della basilica vaticana, la cui attività è stata ampiamente riconosciuta. La pratica di architetto è documentata anche da altri edifici, come Villa Madama, e palazzi per i membri della curia e per una clientela laica. In qualità di archeologo, poi, egli fu incaricato anche di ricostruire la Roma antica, secondo nuovi metodi di misurazione. Ricordiamo che Raffaello è considerato il primo sovrintendente ai monumenti antichi e responsabile della loro conservazione.

Raffaello morì d’amore (“stravizi” seguiti da un’errata diagnosi medica) o d’invidia? È una delle domande chiave che muove questo libro. La questione, all’interno del volume, viene affrontata sia sul piano storico-medico sia nella sua dimensione storico-artistica, come si è già accennato. Nella fattispecie, il riferimento è allo studio del prof. Vittorio Fineschi che, insieme a Valentina Gazzaniga, Paola Frati e Marco Cilone, mette in fila la lunga tradizione di lavori storico medici che hanno tentato di attribuire un nome alla patologia che ha determinato la prematura scomparsa di Raffaello, restituendo anche le criticità di ciascuna delle formule diagnostiche rilevate: sifilide, malaria, avvelenamento, una forma di polmonite aggravata da un intervento terapeutico di salasso, che avrebbe compromesso le condizioni di salute già precarie dell’artista, determinandone la morte.

Sul versante storico artistico, l’ipotesi che Raffaello sia stato vittima dell’invidia di qualcuno, è analizzata da una delle massime studiose del Cinquecento, Sylvia Ferino Pagden. Il suo saggio analizza in maniera critica la prevaricante lettura vasariana della figura e della morte del Sanzio, ipotizzando – come già altri studi – una ricostruzione più veritiera della personalità di Raffaello; mettendo in luce, ad esempio, la rivalità dello stesso con Michelangelo, con il coinvolgimento attivo di Sebastiano del Piombo. Un antagonismo dimostrato da alcune testimonianze e, soprattutto, dalle missive, dato che all’epoca Michelangelo si trovava a Firenze e chiedeva informazioni ai suoi alleati ancora a Roma.

Raffaello “post mortem”: cosa accadde e cosa accade ancora?Dalle cronache del tempo sappiamo che la morte improvvisa di Raffaello lasciò alquanto sgomente le corti dell’epoca. Come già detto, non si hanno tracce tangibili del suo testamento che, secondo le ipotesi odierne più accreditate, fu scritto ma non rogato, a causa del precipitare degli eventi. Tra le ultime volontà di Raffaello, tramite le fonti, sappiamo che egli volle essere sepolto in Santa Maria della Rotonda, sotto la Cappella della Madonna del Sasso, fatta erigere dallo stesso artista. Nel corso dei secoli, come bene documenta nel libro Flavia Cantatore, la presunta tomba di Raffaello è stata soggetta a diverse modifiche, aggiunte e adattamenti.

Si deve menzionare l’impresa dei Virtuosi, al tempo Congregazione di San Giuseppe di Terrasanta, che nel 1833 decidono, con il concorso dell’Accademia di san Luca, della Commissione Generale Consultiva di Belle Arti e l’Accademia di Archeologia con il beneplacito delle autorità ecclesiastiche, di aprire la tomba per verificare la presenza dei resti di Raffaello e soprattutto del suo teschio. La vicenda si inserisce anche nel contesto storico del momento, caratterizzato dal montante mito raffaellesco, ripartito dalla Francia e rinvigorito dalla lettura neoclassica di Winckelmann e Mengs, che ne XIX secolo trova la sua piena affermazione. Non a caso, anche nell’ambito della pittura storica ottocentesca, l’assunto della morte è considerato un tema nobile e, dunque, l’oscura e travagliata scomparsa di Raffaello è uno dei soggetti più trattati.

Se si dovesse pensare di aprire la tomba oggi, quali benefici ne potrebbero derivare e quali conseguenze? Nella parte conclusiva del libro, Ulderico Santamaria, che dirige il Laboratorio di ricerche scientifiche dei Musei Vaticani, descrive puntualmente come, con l’uso di tecniche micro-invasive, l’azione di riapertura possa essere compiuta, nel rispetto dei parametri di sicurezza richiesti per imprese di questa portata. Il punto cardine dell’apertura è verificare la conservazione dei resti di Raffaello e potere effettuare le analisi bio-mediche dovute per escludere su base scientifica alcune delle ipotesi sulle cause della sua morte. Va ricordato che l’apertura della tomba dell’artista nel 1833 è stata fatta con i mezzi dell’epoca, che le ossa sono state esposte in pubblico per circa otto giorni, e non possiamo avere certezza di quanto oggi sia contenuto nell’urna e quali danni abbia comportato. Verificare, studiare e quindi valutare la situazione è il principale obiettivo dell’apertura, che potrà anche contribuire ad innalzare e migliorare l’attuale stato conservativo sia dei resti, sia del sarcofago del I sec. d. C. che li contiene.



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