Intervista a Luca Nannipieri

La poligamia nell'arte è un valore

Intervista a Luca Nannipieri

 

Luca Nannipieri, siamo al terzo libro con Skira: prima l’irrazionalità e la barbarie degli uomini sull’arte (Capolavori rubati), poi Il trionfo della ragione nella grande opera di Raffaello “Il matrimonio della Vergine”, e ora una riflessione, lunga e articolata, sull’arte. Qual è l’evoluzione di queste pubblicazioni?

 A cosa serve la storia dell’arte è il mio libro più importante, perché riflette sulle fondamenta, sulle domande prime. Le domande che anche un ragazzo non si può non porre: perché l’uomo crea l’arte? Perché la conserva? Perché spesso la distrugge? Perché si costruiscono i musei? Cosa lega da millenni l’uomo a quel processo assai complesso che va sotto il nome di patrimonio storico artistico? E qual è la forma più giusta per esaltare, di desiderio e di conoscenza, il rapporto tra la persona e i manufatti, i monumenti, le espressioni che i popoli conservano di loro stessi? Sembrano grandi domande senza risposta, ma sono ineludibili per chiunque si avvicini alla storia delle manifestazioni umane. E tali quesiti sono tutti compresi negli altri due volumi precedenti di Skira, “Capolavori rubati” e “Raffaello”, soltanto declinati nello specifico dell’argomento trattato. Badate bene: il titolo non è “A cosa serve l’arte” ma “A cosa serve la storia dell’arte”. La differenza è fondamentale.

A cosa serve la storia dell’arte, quindi?

Se ogni popolo sul pianeta ha da sempre pensato alla sua memoria e lo ha fatto con esiti espressivi, artistici, monumentali, alfabetici, legislativi, a tal punto avvaloranti da divenire, per le generazioni e i popoli che sono venuti dopo, dei veri e propri strumenti di educazione, indottrinamento, emulazione, ribellione, sovversione o pacificazione, allora la domanda “A cosa serve la storia dell’arte” andrebbe quasi ribaltata: mi saprete dire a cosa non serve la storia dell’arte? Perché ovunque, in ogni ambiente, disciplina, lingua, perizia, ganglio, liturgia, essa permea e si instaura. Io ne vedo ampi segni e testimonianze dappertutto. Non so trovare un solo spazio del nostro vivere dove la storia dell’arte, intesa come storia delle espressioni umane, non abbia fatto il suo ingresso determinando, condizionando, catalizzando. Può apparire la materia più secondaria e marginale del nostro quotidiano. Ma da quando una madre ci partorisce a quando una bara ci ospita, la storia dell’arte innerva, sottotraccia, la pluralità di tutte le nostre attività.

L’arte sta all’uomo, ma anche la truffa o la diserzione è un abito che gli si confà perfettamente: chi vince in questa lotta perenne tra bellezza e bruttezza?

La tua vita è fatta non solo dalle persone che hai accanto, oggi, in casa o al lavoro, ma anche dal padre e dalla madre, dai nonni, che magari non hai più perché sono morti, dagli amici che hai perduto, dagli amori che non sono durati. Essi sono presenti in te tanto quanto coloro che condividono la tua vita. Così nella storia dell’arte: può essere raccontata dalle opere che vediamo nei musei, nelle chiese, nelle abbazie, nella case dei collezionisti, ma anche dalle migliaia di opere che non ci sono più perché sono state rubate, sequestrate, razziate o distrutte. L’assenza spesso è una forma diversa di presenza. In questa perenne metamorfosi delle vicende umane, vince la complessità, ed è una complessità che lo storico dell’arte deve conoscere, valutare, approfondire e poi, se ci riesce, accendere di fuoco vivo quando la porge all’attenzione dei suoi lettori.

Qual è l’abisso che passa tra le parole “conservare” e “tutelare”

 Guardate come l’etimologia e la torsione del significato nell’uso corrente abbiano portato ad una divaricazione delle due parole, così apparentemente simili, sovrapponibili. Conservare ha come richiamo latino il salvare, il mantenere intatto. Cioè il prendere una cosa, ritenuta d’importanza, e tenerla in un posto preservato. La conserva di pomodoro è un alimento preparato e conservato in un posto all’asciutto per venir consumato in momenti successivi. La conservazione, sia in campo alimentare che in campo storico-artistico, ha questo connotato etimologico di aliquid ex flamma servare, salvare qualcosa dalle fiamme (Cicerone). Tutelare ha, invece, già nella radice della parola latina, tueri, il movimento di un’azione attiva: proteggere, vigilare, prendersi cura. Da una parte, conservare significa mettere al riparo; dall’altra, tutelare significa osservare e averne premura. Però, successivamente, la stratificazione della lingua d’uso corrente ha curvato le due accezioni, e oggi tutelare viene inteso come un verbo più burocratico, amministrativo, d’ufficio, da codice normativo, mentre conservare ha snellito la sua origine di messa in sicurezza e ha assunto il significato più pregnante di custodia. L’evoluzione dei significati delle parole è perfettamente parallela all’evoluzione perenne del patrimonio stesso, che mai è fermo nella sua definizione e nella sua determinazione.

Una curiosità: quale opere – tra i capolavori della storia del’’arte – faresti di tutto per appendere in un tuo ipotetico caveau? e perché?

Uno storico dell’arte non si deve legare alle opere, perché il piacere della preferenza preclude il piacere della conoscenza. Se tu preferisci, anteponi alle ragioni dell’intelletto e della conoscenza, le ragioni della predilezione, della propensione, della simpatia, che sono ragioni emotive fragili, dettate dal momento. Uno studioso deve riflettere e conoscere: se si lega, smette di riflettere e conoscere. Mentre tra uomo e donna l’esclusività è un segno di fiducia e di amore, tra storico dell’arte e capolavori il rapporto si rovescia: l’esclusività significa tradimento; il possesso significa assenza di godimento; sei il più infedele e menzognero degli storici dell’arte se in casa ti vorresti portare un Tiziano e lasci gli altri pittori e scultori nei musei: di fatto, tradisci la promiscuità poligamica, celebrale, olfattiva, tattile, visiva, sonora che puoi avere quando hai a disposizione tutto in musei, chiese, gallerie, per ridurti ad un rapporto monotonale, sterilizzante, ossessivo con un’opera sola dentro al tuo caveau. Una situazione che non consiglierei a nessuno. La poligamia nell’arte è un valore.

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