Nascita e affermazione di un mito editoriale

Nel 1928, all’età di ventiquattro anni, Alberto Schira – nato nel 1904 a Ginevra da una famiglia di origine italiana trasferitasi nella Svizzera francese per motivi di lavoro – francesizza il suo nome e fonda a Losanna la società Albert Skira-Livres d’art. Il suo primo, modestissimo ufficio è una stanzetta all’interno dell’Hôtel de la Cloche.
Il giovane Skira riesce a incontrare Pablo Picasso, che aveva insistentemente cercato per iniziare la sua attività di editore con il più grande, e accetta di buon grado di aspettare quasi tre anni perché il pittore gli consegni, nel 1931, le trenta acqueforti per le Metamorfosi di Ovidio. Quelle incisioni ad alto contenuto carnale, ricche di sensualità e dominate dal tema della morte, comporranno il primo volume di Skira: solo centoquarantacinque copie, tirate su carta raffinata, che escono il 25 ottobre 1931, giorno del cinquantesimo compleanno dell’artista.

Tra Picasso e Skira una duratura amicizia si intreccerà a una intensa collaborazione: lo spagnolo ispirerà tra l’altro “Minotaure”, la pubblicazione organo dei surrealisti, destinata a rivoluzionare l’orizzonte delle riviste d’arte e quello dell’arte stessa. A Picasso è dedicato anche uno dei primi libri della serie contemporanea della collana Les Trésors de la Peinture française, con testo di Tristan Tzara, uscito nel 1948.

Skira e Picasso continueranno a incontrarsi, spesso nell’atelier parigino dell’artista, fino al 1973, anno della morte di entrambi

Quando Albert Skira gli propone di illustrare le poesie di Stéphane Mallarmé, Henri Matisse ha superato i sessant’anni. Il libro, illustrato con ventinove rarefatte acqueforti, esce nel 1932 in centoquarantacinque copie numerate.

Protagonista attivo di tutte le iniziative editoriali della prima Skira, Matisse partecipa alle varie stesure di “Minotaure”, per cui disegna anche una copertina di inconfondibile essenzialità, progetta collane e libri d’artista. Sue sono le centoventisei tavole dell’ambizioso Florilège des amours de Ronsard, ideato nel 1941 ma stampato solo sette anni più tardi.
A Matisse, come a Picasso, Skira dedica uno dei primi volumi della sezione contemporanea della collana Les Trésors de la Peinture française con un memorabile testo a firma di Louis Aragon intitolato Matisse. Apologie du luxe.

Skira negli anni'30

Nel 1933, con Albert Skira non ancora trentenne, nasce appunto “Minotaure”, la rivista ufficiale del surrealismo, sulle cui pagine l’intero movimento trova un momento di espressione assoluta e libera: con i due mentori André Breton e Paul Éluard, con Miró, Giacometti, De Chirico, Magritte, Tanguy, Matta, Man Ray, cui si uniscono tra gli ispiratori Picasso, Matisse, Dalí, Derain e Balthus.
“Minotaure” esprime e interpreta a tutto campo la realtà intellettuale contemporanea, spaziando dall’arte alla psicanalisi – con la pubblicazione dei primi testi di Lacan – alla letteratura, alla musica, all’archeologia, all’architettura, alla fotografia. Nel luglio 1934 escono i duecentodieci esemplari di Les Chants de Maldoror di Lautréamont, uno dei libri più amati dai surrealisti, illustrati con quarantadue incisioni di Salvador Dalí.
Una biblioteca-museo dove sarà riunita una scelta dei principali capolavori della scuola francese: è la dichiarazione di intenti di Albert Skira a proposito di Les Trésors de la Peinture française, libri di grande formato arricchiti da riproduzioni memorabili che escono dalla nicchia dei libri d’artista. L’esordio avviene nel 1937 con Jean-Antoine Watteau; seguirà una ventina di titoli, che coprono tutti i secoli, dai primitivi a Toulouse-Lautrec, Henri Rousseau e Maurice Utrillo.

Skira negli anni'40

Nel 1948 Skira festeggia i vent’anni con la pubblicazione di un piccolo catalogo sulla cui copertina campeggia una testa femminile disegnata da Matisse, destinata a divenire una sorta di logo delle edizioni ginevrine, mentre il testo introduttivo è affidato a Paul Éluard.
Tra le pagine del piccolo libro sfilano i principali artisti, letterati e pensatori contemporanei di area francofona. In vent’anni Skira si è consolidato come uno dei marchi più rappresentativi dell’editoria di arte e di cultura francese.
Skira ha saputo legare a sé prestigiosi intellettuali, artisti, scrittori, che accompagnano nel tempo la crescita della casa editrice formando una rete ante litteram. Da Aragon a Tzara, sono vicinissimi al marchio ginevrino tanti uomini che hanno fatto grande la cultura francese del Novecento.

Il successo internazionale di Skira

Gli anni cinquanta e sessanta segnano il decollo della casa editrice sulla scena internazionale.
Nascono i famosi Grandi Libri con le tavole applicate, riprodotte e stampate a un livello di qualità impensabile per quegli anni. L’articolazione e l’ambizione delle collane va dalle grandi storie della pittura (italiana, francese, fiamminga), ai tesori delle civiltà orientali, all’attenzione per i fenomeni emergenti del contemporaneo, come l’affermarsi della grande arte americana. Tra gli autori ci sono i massimi storici dell’arte del momento, da Lionello Venturi, ad André Chastel, a Giulio Carlo Argan ma anche letterati e poeti come Louis Aragon, Roland Barthes e Jacques
Prévert. Il caratteristico marchio con le maiuscole allungate è diventato ormai una sorta di denominazione di origine controllata: nessuno sulla scena internazionale regge il confronto. Skira pubblica in tutte le lingue con proprio marchio e questa sigla multinazionale diviene nel mondo il simbolo stesso del libro d’arte di qualità.

1973: Albert Skira muore prematuramente nello stesso anno dell’amico Picasso. La famiglia, e in particolare la moglie Rosabianca, figlia di Lionello Venturi, cerca di continuarne l’opera, seguendo le orme del fondatore e riproponendo le formule che avevano decretato il successo internazionale della casa editrice.
Ma il mondo dell’editoria va profondamente trasformandosi, da tutti i punti di vista: contenuti, tecnologia, distribuzione.
Il marchio Skira conserva nel mondo fascino e prestigio, ma l’attività e le ambizioni della casa vanno progressivamente ridimensionandosi. A vent’anni dalla scomparsa del suo creatore, la sigla vive di una decina di novità all’anno e di quella parte del suo leggendario catalogo che ha resistito all’usura implacabile del tempo.

A vent’anni dalla scomparsa del suo creatore, la sigla vive di una decina di novità all’anno e di quella parte del suo leggendario catalogo che ha resistito all’usura implacabile del tempo.

1995: la nuova Skira

Giorgio Fantoni e Massimo Vitta Zelman acquistano dapprima il marchio Skira e poi l’intera società, trasferendone il quartier generale a Milano. Sotto la guida di un comitato scientifico d’eccezione – da Federico Zeri a Carlo Bertelli, da Vittorio Gregotti a Germano Celant, da Emilio Tadini a Pierluigi Cerri, che cura la nuova immagine coordinata del marchio –, la casa editrice ritrova la propria vocazione sovranazionale riprendendo a pubblicare e distribuire volumi in più lingue dedicati alle arti visive cui si aggiungono architettura e design, archeologia e arti primitive, fotografia e costume.
L’Ottocento e il Novecento sono rappresentati negli Archivi dell’Arte moderna, che presto si impongono come saldi punti di riferimento per gli studi, il collezionismo, il mercato, mentre gli agili Skira Paperbacks documentano il dibattito sulla scena contemporanea dell’arte.
Skira fa il suo ingresso nel campo delle mostre, divenendo in breve leader nel settore dei cataloghi di grandi esposizioni italiane ed europee; dalla fine degli anni novanta all’attività editoriale si aggiunge la produzione di eventi espositivi di primo piano, di cui Skira cura l’intera filiera al fianco delle istituzioni pubbliche italiane. Al contempo si assicura importanti concessioni di servizi museali, allestendo nelle mostre e nei musei italiani bookshop a marchio Skira che, con la loro ampia offerta di edizioni e di merchandising, divengono un punto di riferimento per gli appassionati e per il turismo artistico in Italia. Nel momento di massimo successo dei cosiddetti collaterali, è Skira a realizzare, con il “Corriere della Sera”, la fortunatissima collana dei Classici dell’Arte, novanta monografie dedicate ai maggiori protagonisti della storia dell’arte, da Giotto a Andy Warhol, che nel complesso vendono, in edicola, oltre venti milioni di copie.

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